Bambini e smartphone, 1.500 euro di multa ai genitori che non li sorvegliano

Una proposta di legge vuole introdurre limiti severi per l'uso dei dispositivi elettronici da parte dei minori, e prevede sanzioni per chi non li rispetta.



All'inizio di quest'anno la morte di una bambina - inizialmente legata, in apparenza, a una sfida su TikTok - aveva portato la politica a lanciare tutta una serie di proposte sulla regolamentazione dell'utilizzo di smartphone e social network da parte dei minori.


In seguito il legame con la popolare app venne smentito, e anche le varie idee emerse - e spesso difficilmente praticabili - caddero nel dimenticatoio.


Ora però alcuni deputati hanno presentato alla Camera una proposta di legge che torna sulla questione, paventando la pericolosità degli strumenti elettronici sui più giovani e arrivando a introdurre divieti e multe.


«Difficoltà di apprendimento, ritardi nello sviluppo del linguaggio, perdita della concentrazione, aggressività ingiustificata, alterazioni dell'umore, disturbi del sonno, dipendenza: sono solo alcuni degli effetti che eminenti studiosi hanno riscontrato dopo aver verificato le conseguenze che l'uso continuato di telefoni cellulari e di altri apparecchi radiomobili provocherebbe nei bambini e negli adolescenti»: così si apre il testo della proposta, che in buona parte è composto da citazioni di studi che proverebbero le conseguenze nefaste dell'utilizzo dei dispositivi elettronici da parte dei minori.


Certo, la proposta stessa ammette a un certo punto che «per la verità, attualmente, non esistono ancora evidenze scientifiche definitive sugli effetti delle radiazioni emanate dai telefoni cellulari» - e dunque smente sé stessa quando parla di rilevazione di effetti biologici - ma è pur vero che sin da giovanissimi, spesso, si sviluppa una sorta di dipendenza dagli smartphone e, più che altro, dai servizi che tramite essi sono accessibili (come il già citato TikTok, ma non solo).


A questo scenario i deputati promotori aggiungono strali lanciati verso «genitori a dir poco compiaciuti e compiacenti» nei confronti dei figli che adoperano cellulari «di ultima generazione per parlare con qualcuno oppure per aprire icone colorate,che rimandano a chissà quali applicazioni,convinti che si tratti di un gioco».


Viene così disegnato un quadro da cui emerge lo scopo della proposta, ossia la regolamentazione, che si può riassumere in quattro punti (elencati nell'articolo 3 della proposta stessa).


1. Divieto di utilizzo nei primi tre anni di vita;

2. Utilizzo graduale per non più di un'ora al giorno nella fascia di età da quattro a sei anni;

3. Utilizzo non superiore a tre ore giornaliere nella fascia di età da sei a otto anni;

4. Utilizzo non superiore a quattro ore giornaliere nella fascia di età da nove a dodici anni.


Non solo: è volontà dei promotori che l'uso di smartphone, tablet e compagnia (indicati nell'insieme come «dispositivi a radiofrequenza») sia «consentito esclusivamente sotto la supervisione di un genitore o di chi ne fa le veci».


Qualora poi il genitore o chi per esso fallisca nella sorveglianza, la proposta di legge prevede che non se la possa cavare a buon mercato: l'articolo 6 afferma che «chiunque venga a conoscenza di violazioni delle disposizioni di cui alla presente legge è tenuto a segnalarlo alla competente autorità giudiziaria», mentre quello successivo contempla ammende da 300 a 1.500 euro «in base alla gravità della violazione».


Inoltre, nella proposta è contenuto il divieto di utilizzare smartphone e tablet (o assimilabili) nelle scuole primarie di primo e secondo grado, fatte salve le necessità di alunni con disabilità.


Arriverà questa proposta di legge là dove non sono riuscite quelle che l'hanno preceduta? Sembra improbabile. Non soltanto c'è la questione di come valutare da un lato la mancanza di evidenze scientifiche circa i danni biologici di smartphone e tablet e dall'altro l'evidenza di fenomeni come la nomofobia, ossia la paura incontrollata di restare sconnessi dalla Rete, rilevata anche tra i più giovani.


C'è anche la questione della liceità di una volontà di regolamentazione delle vite personali avanzata in un modo che appare fin troppo invasivo, al di là degli effettivi benefici che tale controllo possa apportare; tutto ciò, poi, senza contare le difficoltà di operare la sorveglianza.


Chi infatti dovrebbe rilevare gli orari di utilizzo dei dispositivi? Si dovrebbe fare affidamento sui delatori, come suggerisce l'articolo 6, o tornerebbero in auge proposte come l'introduzione di Spid per i minori, come appunto qualcuno aveva già suggerito all'inizio di quest'anno?


La discussione in merito, insomma, rischia di essere molto accesa (e, se il recente passato ci ha mostrato qualcosa, rischia anche di non approdare a niente).

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